Dalla Sedia al Souk: il coraggio (calcolato) di guardare a Est per il manifatturiero friulano

C’è un momento, nella vita di un’impresa manifatturiera, in cui il mercato domestico o europeo non basta più. E per chi opera in Friuli Venezia Giulia, terra di export per vocazione, questa consapevolezza arriva presto.

Oggi, però, il contesto è cambiato. Con le storiche locomotive – Germania in transizione e USA con l’incognita dazi – che mostrano segni di affanno, guardare a Est non è più un’opzione, ma una necessità strategica . E quando parliamo di Est, il Middle East (Medio Oriente) si staglia all’orizzonte come una delle mete più affascinanti e complesse per le nostre imprese.

Perché il Medio Oriente?

I numeri parlano chiaro. Nel 2025, le imprese italiane hanno esportato nell’area prodotti manifatturieri per 27,8 miliardi di euro . E la crescita è significativa: +7,9% contro il +3,1% della media mondiale del made in Italy .

Per chi opera nel legno arredo, nella meccanica o nei componentistica (settori cardine della nostra regione), i dati sono ancora più incoraggianti:

Macchinari e apparecchi: primo settore per export nell’area, con 6,9 miliardi di euro .

Metalli e prodotti in metallo: 2,6 miliardi .

Sistema moda e legno-arredo: settori tipici del made in Italy che generano complessivamente 8,6 miliardi di export verso il Medio Oriente .

E non parliamo solo di petrolio. Emirati Arabi Uniti (9,1 miliardi, +18,5%) e Arabia Saudita (6,3 miliardi) sono mercati maturi e in forte espansione, mentre Kuwait (+57,2%) e Libano (+18,5%) sorprendono per dinamicità .

La sfida: passare dall’esportare all’essere presenti

Ma attenzione: l’internazionalizzazione non è un’estensione, è un salto di specie. Come sottolineano gli esperti, molte PMI italiane sono eccellenti nel produrre, ma faticano a superare modelli organizzativi artigianali per adottarne di più imprenditoriali .

Per il Medio Oriente, questo gap si amplifica. Non basta spedire un container. Serve:

Capacità di relazione: comprendere culture, tempi e modalità decisionali completamente diversi.

Competenze linguistiche e contrattuali: sapersi districare in contesti giuridici e fiscali complessi .

Presenza strutturata: come emerge dalle analisi, bisogna passare dalla logica dello “sbocco addizionale” a quella di “essere più locali”, con uffici di rappresentanza o partnership solide .

Il Sistema FVG si muove

La buona notizia è che non siamo soli. La Regione Friuli Venezia Giulia, attraverso l’Agenda FVG Manifattura 2030 e il coordinamento tra Regione, Camere di commercio, Finest e Sprint, sta spingendo proprio in questa direzione, con investimenti di milioni per l’internazionalizzazione delle PMI .

L’obiettivo? Creare “antenne” nei mercati strategici – Medio Oriente in primis – per offrire alle nostre aziende un punto di contatto qualificato, selezionando i migliori partner e facilitando l’incoming di investitori .

E i rischi geopolitici?

Sarebbe ingenuo ignorare il contesto. L’area è complessa e le recenti tensioni espongono a rischi significativi . Ma come professa Confindustria Lombardia, “bisogna portare sempre più geopolitica nella fabbrica” . Significa osservare i cambiamenti, diversificare e reagire con prontezza, trasformando l’incertezza in vantaggio competitivo per chi è più preparato.

La riflessione per chi guida imprese

Per una manifattura friulana, internazionalizzare verso il Middle East significa:

Avere un piano strategico, non agire d’impulso.

Strutturarsi con competenze adeguate, interne o in outsourcing.

Fare rete, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dal territorio.

Il “debito organizzativo” di cui parlavamo nel post precedente si ripaga anche così: investendo in competenze e presenza, trasformando un’azienda esportatrice in un’impresa davvero internazionale.

Voi quali sfide incontrate nel processo di internazionalizzazione?