Categoria: Cultura

  • Comunità Energetiche: buona idea, esecuzione discutibile

    Comunità Energetiche: buona idea, esecuzione discutibile

    In Italia molti validi strumenti di politica energetica vengono resi troppo complicati. Le CER non fanno eccezione.

    Una CER è un’associazione (cittadini, imprese, enti) che produce e condivide energia rinnovabile, restando connessa alla rete. L’incentivo si basa sull’energia effettivamente condivisa all’interno della stessa cabina primaria (le cabine primarie si individuano facilmente online).

    Il DM CACER (2024) offre:

    una tariffa incentivante nazionale sull’energia condivisa;

    un contributo a fondo perduto fino al 40% (PNRR) per comuni <50.000 ab.;

    dal 2025, accesso al Conto Termico 3.0.

    Purtroppo facciamo i conti con:

    PNRR ridotto – Domande per 1,4 miliardi contro una dotazione scesa a 795 milioni. Molti resteranno senza contributo.

    Rete satura – Oltre il 40% delle cabine primarie è al limite. Lo scopri solo in istruttoria.

    Disomogeneità amministrativa – Procedure diverse per regione e comune.

    Complessità gestionale – Servono statuto, referente GSE, rendicontazione, governance. Molti progetti si arenano sull’organizzazione.

    Come procedere:

    Verifica la cabina primaria – Usa la mappa GSE: è il primo filtro.

    Trova membri equilibrati – Produttori e consumatori con carichi diurni (es. aziende manifatturiere).

    Scegli la forma giuridica con attenzione – Non demandare al commercialista in 5 minuti.

    Fai un business plan realistico – L’incentivo dipende dalla coincidenza produzione-consumo. Se consumi di notte, l’incentivo svanisce.

    Candidati al PNRR solo se hai i requisiti – Finestra novembre 2025 chiusa; ora resta solo la tariffa.

    Le CER contano anche per l’ESG
    Per un’impresa: riduzione Scope 2, costo energetico parzialmente stabilizzato, decarbonizzazione locale tracciabile.
    Inoltre contrastano la povertà energetica – un valore sociale misurabile.


    Le CER funzionano, ma non per tutti e non senza una progettazione seria. L’approccio “promesse di risparmio immediato” produce solo delusione.
    Serve un promotore competente (comune, impresa, associazione).

    L’energia si produce rapidamente; la comunità si costruisce in anni.

  • Il tuo team umano è l’arma segreta nell’era dell’AI

    Il tuo team umano è l’arma segreta nell’era dell’AI

    L’intelligenza artificiale sopravanza: automatizza processi, ottimizza decisioni, scrive codice, poesie. E molti si stanno chiedendo se serviranno ancora i team umani: la risposta è decisamente sì; ma non team qualsiasi. Servono team consapevoli, allineati e “robusti” (resistenti e resilienti).
    L’AI eccelle nella logica e nella velocità, ma non sa gestire l’imprevisto emotivo, la fiducia reciproca, la creatività vincolata al contesto, né la capacità di trasformare un conflitto in opportunità. Queste competenze sono ancora, e rimarranno per molto tempo, un monopolio umano. Il problema è che la maggior parte delle aziende fatica a misurarle e svilupparle.

    Quando un’azienda investe in AI, spesso sottovaluta il rischio più critico: le dinamiche del gruppo. Un team disallineato – con ruoli confusi, tensioni sotterranee, motivazioni divergenti – vanifica qualsiasi vantaggio tecnologico. L’AI può offrire la strategia perfetta ma se il team non si fida o non comunica, quella strategia rimarrà sulla carta.
    Qui entra in gioco un approccio interessante: la valutazione strutturata del “funzionamento interno” del gruppo. Non parliamo dei questionari di gradimento, ma di strumenti psicometrici che analizzano come le persone pensano, reagiscono allo stress, motivano i colleghi e si allineano ai valori aziendali.
    Esistono metodologie ormai mature ed affidabili che restituiscono una fotografia chiara dei punti di forza e rischi latenti di un gruppo di persone che lavorano assieme.
    Per esempio:

    • mappe delle preferenze comunicative, che permettono di capire perché due persone brillanti fraintendono sistematicamente un’email.
    • Profilature motivazionali, per scoprire cosa spinge davvero ogni membro a dare il meglio (sappiamo che non sempre è lo stipendio).
    • Analisi dei comportamenti sotto pressione: prevedere chi rischia di “deragliare” in una crisi e come evitarlo.

    Queste analisi non servono a incasellare le persone, ma a dare al team un linguaggio comune. E il linguaggio comune è il primo antidoto ai conflitti che riducono la produttività.

    La sostenibilità sociale, un team efficace, diventa un asset tangibile. Riduce turnover, abbassa l’assenteismo, migliora il clima e – cosa non scontata – rende l’azienda più attrattiva per i talenti, che oggi cercano proprio ambienti “socialmente” sicuri.
    In un mondo dove l’AI renderà obsoleti molti ruoli tecnici, le persone continueranno ad avere un vantaggio competitivo solo se sapranno collaborare davvero. E la collaborazione non è un talento innato: si costruisce ogni giorno con gli strumenti giusti.
    Non chiederti se l’AI prenderà il tuo posto. Chiediti se il tuo team è pronto a governarla.

  • Il fatturato non paga le bollette

    Il fatturato non paga le bollette

    Ecco perché dobbiamo guardare il “triangolo” della salute aziendale.

    Spesso, quando si parla di “performance aziendale”, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su una cosa: il Conto Economico. In particolare, sul fatturato.

    “Stiamo fatturando il 20% in più rispetto all’anno scorso” è una frase che suona sempre come una bella notizia. Ma la realtà, a volte, può essere molto più complessa e, oserei dire, ingannevole.

    Il fatturato è come la velocità di un’auto. È bello vedere il tachimetro salire, ma se non controlli il livello della benzina (i flussi di cassa) e lo stato del motore (lo stato patrimoniale), rischi di ritrovarti a bordo strada con un mezzo apparentemente performante, ma in panne.

    Negli anni, abbiamo visto troppe aziende “affogare” in un mare di fatturato. Per valutare la vera salute di un’impresa, non possiamo limitarci al solo conto economico. Dobbiamo allargare lo sguardo a quello che possiamo chiamare il “triangolo della solidità”: Conto Economico, Stato Patrimoniale e Rendiconto Finanziario.

    Vediamo perché.

    1. Il Conto Economico: il “termometro” (che non dice tutto)
      Il Conto Economico ci dice se l’azienda è redditizia. Ci mostra il ricavo, sottrae i costi e ci dà l’utile.
      Il problema? L’utile è un concetto “astratto” fino a quando non diventa concreto. È frutto di scritture contabili, ammortamenti, ratei e risconti.
      Puoi avere un utile stratosferico e, paradossalmente, non avere una lira in banca. Perché? Perché magari quell’utile è tutto “congelato” in clienti che non pagano o in magazzino che non riesci a smaltire.
    2. Lo Stato Patrimoniale: la “radiografia”
      Se il Conto Economico racconta la performance di un periodo, lo Stato Patrimoniale racconta la solidità in un preciso istante.
      Questo è il documento che fa emergere le vere fragilità. Uno Stato Patrimoniale “malato” presenta:

    Troppi crediti verso clienti: hai venduto, ma non hai incassato. Di fatto, hai fatto da banca ai tuoi clienti.

    Magazzino obsoleto: capitale immobilizzato che non produce valore.

    Debiti a breve termine superiori alle liquidità: è la classica “morte per soffocamento”. L’azienda è viva sulla carta, ma non respira.

    Un’azienda è sana se ha un equilibrio patrimoniale: sa bilanciare ciò che possiede (attivo) con ciò che deve (passivo) e, soprattutto, con la sua capacità di far fronte agli impegni immediati.

    1. Il Rendiconto Finanziario: il “motore”
      Questo è il documento meno considerato, ma è il più importante per la sopravvivenza. Il rendiconto finanziario (o flusso di cassa) risponde a una sola domanda: dove finiscono concretamente i soldi?

    Facciamo un esempio.
    Immagina due aziende. Entrambe fatturano 1 milione di euro e chiudono con un utile di 100mila euro.

    Azienda A: ha incassato subito i soldi dai clienti, ha pagato i fornitori alle scadenze concordate e ha 150mila euro in banca.

    Azienda B: ha dovuto attendere 120 giorni per farsi pagare dai clienti, nel frattempo ha acceso un anticipo factoring per pagare gli stipendi, e chiude con il conto corrente in rosso di 50mila euro.

    Entrambe hanno lo stesso Conto Economico. Ma la Azienda B è tecnicamente a forte rischio di insolvenza. Senza il rendiconto finanziario, questa situazione rimarrebbe invisibile.

    Conclusione:
    Il fatturato è il carburante della tua immagine, ma i flussi di cassa sono l’ossigeno della tua sopravvivenza, e lo stato patrimoniale sono le fondamenta della tua casa.

    Un’azienda veramente performante non è solo quella che vende tanto, ma quella che:

    Vende bene (margini sani – Conto Economico).

    Incassa ciò che vende (liquidità – Rendiconto Finanziario).

    Ha un patrimonio solido (struttura – Stato Patrimoniale).

    ho voluto semplificare i principi del “controllo di gestione”. Nel contesto di un efficace progetto ESG diventa “governo d’impresa”.

    Mi piacerebbe approfondire questi temi con voi, per la vostra realtà.

  • Dalla Sedia al Souk: il coraggio (calcolato) di guardare a Est per il manifatturiero friulano

    C’è un momento, nella vita di un’impresa manifatturiera, in cui il mercato domestico o europeo non basta più. E per chi opera in Friuli Venezia Giulia, terra di export per vocazione, questa consapevolezza arriva presto.

    Oggi, però, il contesto è cambiato. Con le storiche locomotive – Germania in transizione e USA con l’incognita dazi – che mostrano segni di affanno, guardare a Est non è più un’opzione, ma una necessità strategica . E quando parliamo di Est, il Middle East (Medio Oriente) si staglia all’orizzonte come una delle mete più affascinanti e complesse per le nostre imprese.

    Perché il Medio Oriente?

    I numeri parlano chiaro. Nel 2025, le imprese italiane hanno esportato nell’area prodotti manifatturieri per 27,8 miliardi di euro . E la crescita è significativa: +7,9% contro il +3,1% della media mondiale del made in Italy .

    Per chi opera nel legno arredo, nella meccanica o nei componentistica (settori cardine della nostra regione), i dati sono ancora più incoraggianti:

    Macchinari e apparecchi: primo settore per export nell’area, con 6,9 miliardi di euro .

    Metalli e prodotti in metallo: 2,6 miliardi .

    Sistema moda e legno-arredo: settori tipici del made in Italy che generano complessivamente 8,6 miliardi di export verso il Medio Oriente .

    E non parliamo solo di petrolio. Emirati Arabi Uniti (9,1 miliardi, +18,5%) e Arabia Saudita (6,3 miliardi) sono mercati maturi e in forte espansione, mentre Kuwait (+57,2%) e Libano (+18,5%) sorprendono per dinamicità .

    La sfida: passare dall’esportare all’essere presenti

    Ma attenzione: l’internazionalizzazione non è un’estensione, è un salto di specie. Come sottolineano gli esperti, molte PMI italiane sono eccellenti nel produrre, ma faticano a superare modelli organizzativi artigianali per adottarne di più imprenditoriali .

    Per il Medio Oriente, questo gap si amplifica. Non basta spedire un container. Serve:

    Capacità di relazione: comprendere culture, tempi e modalità decisionali completamente diversi.

    Competenze linguistiche e contrattuali: sapersi districare in contesti giuridici e fiscali complessi .

    Presenza strutturata: come emerge dalle analisi, bisogna passare dalla logica dello “sbocco addizionale” a quella di “essere più locali”, con uffici di rappresentanza o partnership solide .

    Il Sistema FVG si muove

    La buona notizia è che non siamo soli. La Regione Friuli Venezia Giulia, attraverso l’Agenda FVG Manifattura 2030 e il coordinamento tra Regione, Camere di commercio, Finest e Sprint, sta spingendo proprio in questa direzione, con investimenti di milioni per l’internazionalizzazione delle PMI .

    L’obiettivo? Creare “antenne” nei mercati strategici – Medio Oriente in primis – per offrire alle nostre aziende un punto di contatto qualificato, selezionando i migliori partner e facilitando l’incoming di investitori .

    E i rischi geopolitici?

    Sarebbe ingenuo ignorare il contesto. L’area è complessa e le recenti tensioni espongono a rischi significativi . Ma come professa Confindustria Lombardia, “bisogna portare sempre più geopolitica nella fabbrica” . Significa osservare i cambiamenti, diversificare e reagire con prontezza, trasformando l’incertezza in vantaggio competitivo per chi è più preparato.

    La riflessione per chi guida imprese

    Per una manifattura friulana, internazionalizzare verso il Middle East significa:

    Avere un piano strategico, non agire d’impulso.

    Strutturarsi con competenze adeguate, interne o in outsourcing.

    Fare rete, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dal territorio.

    Il “debito organizzativo” di cui parlavamo nel post precedente si ripaga anche così: investendo in competenze e presenza, trasformando un’azienda esportatrice in un’impresa davvero internazionale.

    Voi quali sfide incontrate nel processo di internazionalizzazione?

  • ing,

    ing,

    Essere ingegnere, per me, vale molto.
    Non per il titolo in sé.
    Ha richiesto:
    ambizione e delusioni,
    decisione e cambiamenti,
    fatica e divertimento,
    orgoglio e umiltà.
    Per me, essere ingegnere è stato un percorso straordinario.
    Quello che è venuto dopo è accaduto e maturato con le peculiarità di un ingegnere,
    e soprattutto con la cura di un uomo dai solidi principi.

    Inizio questo blog “professionale” con entusiasmo. Quello che troverai qui nasce da un percorso che mi ha dato molto: soddisfazioni, sfide, cose belle. Il titolo di ingegnere è stato solo l’inizio. Il resto l’ho costruito giorno dopo giorno, con la testa, il cuore e la voglia di condividere. È esperienza.

    Benvenuto in questo spazio!