Categoria: Sostenibilità

  • L’equilibrio del riparatore

    L’equilibrio del riparatore

    È meglio aggiustare o comprarne uno nuovo? E se il nuovo consuma meno?

    Gli oggetti, gli strumenti, i mezzi si guastano o si rompono. Può rompersi una lavatrice, un trapano, un macchinario industriale, un’auto… La prima reazione potrebbe essere: “Quanto costa riparare? E quanto costa comprarne uno nuovo?”

    Ma la domanda giusta, spesso, è un’altra:

    “Qual è il vero costo, l’impatto, per me e per il pianeta, della scelta che faccio?”

    L’economia circolare non è utopia. È un calcolo

    Quando parliamo di economia circolare, pensiamo subito a riciclo, riuso, rigenerazione. E va bene. Ma c’è un anello della catena che viene spesso dimenticato, perché meno “glamour”: la riparazione.

    Eppure, riparare è un atto soddisfacente. È l’atto più ingegneristico che esista.

    Significa:

    • diagnosticare il problema,
    • valutare se conviene intervenire,
    • intervenire con precisione,
    • restituire all’oggetto una nuova vita, spesso con prestazioni migliori.

    Troppo spesso la decisione si basa su un solo dato: il prezzo del nuovo vs il costo della riparazione. Ma non stiamo considerando quello che succede dopo. E soprattutto, non stiamo considerando quello che è successo prima.

    Ogni oggetto nuovo, prima di arrivare nelle nostre mani, ha già una storia fatta di:

    • estrazione di materie prime,
    • trasporto,
    • lavorazione,
    • assemblaggio,
    • imballaggio,
    • distribuzione.

    Tutte queste fasi emettono inesorabilmente CO₂. E la quantità più significativa di energia viene consumata prima ancora che l’oggetto venga acceso per la prima volta.

    Si stima che un elettrodomestico abbia già generato il 70% del suo impatto ambientale totale prima del primo utilizzo. Il resto è il consumo energetico durante la vita operativa e lo smaltimento.

    Quindi, quando butti via un oggetto rotto e ne compri uno nuovo, non stai solo “perdendo” l’oggetto. Stai anche rinunciando a mettere a frutto tutta l’energia e le emissioni che sono servite a costruirlo.

    È questo il punto che il calcolo “prezzo del nuovo vs costo del riparatore” non considera mai.

    Facciamo un esempio concreto: immaginiamo un motore elettrico industriale. Diciamo che ha 10 anni e consuma 100 kWh al giorno. Un motore nuovo consumerebbe il 15% in meno, quindi 85 kWh al giorno.

    Il motore vecchio si rompe. Il riparatore chiede 2.000 € per sistemarlo. Il motore nuovo costa 10.000 €.

    Si presuppone che il motore vecchio, dopo la riparazione, consumi ancora 100 kWh al giorno. Il nuovo ne consuma 85: la differenza di 15 kWh al giorno in un anno (supponiamo di 300 giorni operativi) si traduce in 4.500 kWh.

    Se il costo dell’energia è 0,20 €/kWh, il nuovo fa risparmiare 900 € all’anno di bolletta.

    In 10 anni, il nuovo farà risparmiare 9.000 € di energia.

    Il motore vecchio, se riparato, non avrà quel risparmio.

    Il conto sembra propendere a favore del nuovo. Il commercialista approverebbe!

    Noi invece, gli “aggiustatutto”, soffriamo se l’oggetto vecchio va in discarica. E, cacaminuzzoli, sottolineiamo sempre che il nuovo, per essere prodotto, ha già emesso una gran quantità di CO₂.

    Se ipotizziamo ragionevolmente che la produzione del nuovo motore abbia generato 5 tonnellate di CO₂, e che il vecchio motore riparato ne generi 0 (perché non viene prodotto nulla di nuovo), allora il bilancio cambia radicalmente.

    Dobbiamo tener conto di un break-even in cui il risparmio energetico del nuovo eguaglia il “debito” ambientale della sua produzione.

    Nel nostro esempio:

    Il nuovo consuma 15 kWh/giorno in meno → 4.500 kWh/anno → 1,22 tonnellate di CO₂ all’anno (per rendere il calcolo più prudenziale e applicabile a vari contesti, abbiamo usato un fattore di emissione medio di 0,27 kg di CO₂ per ogni kWh consumato )

    La produzione del nuovo ha già emesso 5 tonnellate di CO₂.

    Il vecchio riparato, invece, non ha emissioni di produzione, ma consuma di più.

    Il break-even si raggiunge quando il risparmio di CO₂ del nuovo (dovuto al minor consumo) compensa le emissioni della sua produzione.

    Nel nostro caso: 5 tonnellate / 1,22 tonnellate/anno = circa 4 anni.

    Solo dopo 4 anni, il nuovo motore avrà “compensato” il suo debito ambientale nei confronti del vecchio. Dopo quel punto, sarà ambientalmente migliore del vecchio riparato.

    Ma fino a quel punto, il vecchio riparato è la scelta migliore per il pianeta.

    E se il motore viene usato solo 100 giorni all’anno? Allora il break-even si allunga a 12 anni.

    In questo scenario, il nuovo deve “pagarsi” il debito della sua produzione. Fino a quando non lo fa, il vecchio riparato è vincente. E dovrà ripagare anche la responsabilità del “vecchio in discarica” (la diamo a lui, ma in realtà è nostra…)

    La riparazione ha un altro innegabile vantaggio: non richiede nuove materie prime che sono un problema crescente per il costo, per la disponibilità e per le tensioni geopolitiche che le accompagnano.

    A mio avviso conviene riparare quando:

    L’oggetto ha ancora una vita residua significativa (almeno il 30-40% della sua vita attesa totale)

    L’oggetto non è energeticamente troppo inefficiente (o il suo utilizzo è limitato).

    La riparazione non compromette la sicurezza o la qualità del prodotto finale.

    Invece conviene comprare nuovo quando:

    L’oggetto è energeticamente obsoleto e viene usato intensamente.

    L’oggetto è fuori produzione e i pezzi di ricambio sono introvabili o costosissimi.

    In tutto questo, c’è un aspetto che mi sta particolarmente a cuore: riparare non è solo un atto tecnico. È un atto di attenzione.

    È un gesto che richiede competenza, pazienza, umiltà (perché a volte non si riesce) e un po’ di coraggio (perché a volte si rischia di peggiorare le cose).

    È anche un gesto che costruisce autonomia. “Riparare” riduce la dipendenza dai fornitori e ha spesso tempi di fermo produttivo più brevi.

    E poi c’è un valore che non si misura: la soddisfazione. Quella di aver ridato vita! Quella di aver imparato qualcosa. Quella di aver risparmiato una risorsa.

    Non voglio dire che riparare sia sempre la scelta giusta. Voglio dire che merita di essere valutata con gli strumenti giusti.

    Oggi abbiamo fatto calcoli semplici, come quello del break-even, per capire se conveniva o no. E abbiamo anche la possibilità di considerare il carbon footprint, non come un’astrazione, ma come un dato concreto che può orientare le decisioni.

    Dobbiamo scegliere per calcolo e per responsabilità.

    E la responsabilità, oggi, significa guardare oltre il prezzo. Significa guardare al ciclo di vita. Significa chiedersi: “Cosa succede dopo che ho comprato? E cosa è successo prima?

  • Il debito sociale

    Il debito sociale

    Oltre il debito tecnico: il “debito sociale” nascosto nelle aziende in crescita.

    È un paradosso con cui ogni imprenditore e manager deve fare i conti: ogni organizzazione che cresce accumula una forma di debito organizzativo.

    Di solito, quando si parla di “debito”, in azienda pensiamo subito a quello finanziario o, in ambito tech, a quello tecnico (quel codice scritto in fretta per rispettare una deadline e che andrà riscritto in futuro).

    Ma esiste una terza forma di debito, spesso invisibile e per questo più pericoloso, che riguarda da vicino la “S” di ESG, la parte Social. Potremmo chiamarlo “Debito Sociale” o “Debito Organizzativo”.

    Cos’è il Debito Sociale?
    È l’accumularsi di tutte quelle “scorciatoie” che prendiamo nella gestione delle persone e della cultura aziendale per sostenere la crescita veloce. È fatto di:

    Processi ereditati: procedure nate quando si era in 10 e che ora, con 100 dipendenti, creano colli di bottiglia e frustrazione.

    Comunicazione informale: la classica “chiacchierata davanti al caffè” che funzionava nel piccolo ufficio ma che, con lo smart working e i team distribuiti, genera silos informativi e disallineamento.

    Cultura non scritta: valori dati per scontati che, non essendo mai stati formalizzati, vengono interpretati in 10 modi diversi dai nuovi assunti, erodendo il senso di appartenenza.

    Mancanza di diversità nei processi: crescere in fretta significa spesso assumere “per similarità” (persone identiche a chi è già in azienda), accumulando un debito futuro in termini di innovazione e capacità di comprendere mercati diversi.

    Perché è un problema ESG (e di business)?
    La “S” di ESG non è solo filantropia o welfare. Valuta come un’azienda gestisce il proprio capitale umano e le relazioni con gli stakeholder.

    Un elevato Debito Sociale si manifesta con:

    Calo del benessere: dipendenti stressati da processi farraginosi e mancanza di chiarezza.

    Turnover silenzioso: le persone migliori se ne vanno non per lo stipendio, ma perché “non si respira più l’aria di una volta”.

    Difficoltà ad attrarre talenti: i giovani (e non solo) leggono tra le righe durante i colloqui e percepiscono il disordine organizzativo.

    Rischi reputazionali: una cultura aziendale fragile può incrinarsi sotto pressione, portando a conflitti o casi di cattiva gestione che, oggi, diventano pubblici in un attimo.

    Come si ripaga questo debito?
    La buona notizia è che, come il debito tecnico, anche quello sociale si può gestire e rifinanziare. Non si tratta di burocratizzare l’azienda, ma di professionalizzare le relazioni.

    Formalizzare senza burocratizzare: trasformare l’informalità in chiarezza. Scrivere la “costituzione” aziendale, definire chi fa cosa e perché.

    Investire in middle management: formare chi gestisce persone. È lì che la cultura aziendale si incarna (o si rompe).

    Misurare il clima: usare strumenti oggettivi (come le analisi ESG) per monitorare la salute del debito sociale, così come si monitora il fatturato.

    La riflessione per noi
    Crescere è l’obiettivo di tutti, ma dobbiamo chiederci: stiamo crescendo in modo sano o stiamo costruendo una cattedrale sulla sabbia, accumulando un debito sociale che prima o poi qualcuno dovrà pagare?

    L’ESG, nella sua parte Social, ci offre una lente per vedere questo debito e un’opportunità per trasformarlo in un investimento di lungo termine sulla nostra sostenibilità come organizzazione.

    Nelle vostre aziende avete mai sentito il peso di questo “debito organizzativo”?